La Non-Località: Ciò che la Distanza non Separa

Tutta l’esperienza quotidiana sembra fondata su una verità elementare: ciò che è lontano è separato. Per raggiungere un oggetto bisogna attraversare uno spazio, per inviare un messaggio un segnale deve partire da un punto e arrivare in un altro, mentre ogni corpo occupa una posizione precisa e appare distinto da tutto ciò che gli sta intorno. Questa regola descrive così bene il mondo visibile da sembrare la struttura stessa della realtà; eppure, quando la fisica scende al livello fondamentale della materia, incontra relazioni che la distanza non riesce a sciogliere.

Un solo stato, due particelle

Quando due particelle interagiscono in determinate condizioni, possono entrare in uno stato di entanglement, un intreccio nel quale alcune loro proprietà non sono più descrivibili separatamente, perché ciò che possiede una forma definita non è ciascuna particella presa da sola, ma il sistema che esse costituiscono insieme. Anche dopo essere state allontanate, le misurazioni compiute sulle due parti continuano a produrre risultati correlati: ogni esito, osservato singolarmente, resta casuale, ma dal confronto tra le due serie emerge un ordine che non dipende dalla distanza che le separa.

Per lungo tempo si poté immaginare che le particelle portassero con sé, fin dall’inizio, istruzioni nascoste capaci di determinare quei risultati, come due orologi sincronizzati prima di essere separati. Nel 1964 John Bell formulò un metodo per verificare questa possibilità, stabilendo un limite preciso oltre il quale le correlazioni non avrebbero più potuto essere spiegate attraverso proprietà locali già presenti nelle singole particelle. Gli esperimenti condotti da Alain Aspect e le verifiche sempre più rigorose realizzate in seguito superarono quel limite, mostrando che la realtà quantistica non si comporta come una semplice collezione di oggetti autonomi, ciascuno dotato di un proprio copione completo.

La distanza divide le particelle, ma non divide interamente il loro stato.

La relazione che non viaggia

La parola non-località evoca facilmente l’immagine di un messaggio misterioso capace di attraversare lo spazio in un istante, ma l’entanglement non consente di comunicare più velocemente della luce, perché nessuno può scegliere il risultato della propria misura né utilizzarlo per trasmettere un’informazione. La correlazione diventa riconoscibile soltanto quando i dati raccolti nei due luoghi vengono confrontati attraverso normali mezzi di comunicazione: nessun segnale controllabile corre da una particella all’altra, e proprio per questo il fenomeno è più sottile di una semplice azione a distanza.

La relazione non sembra infatti trovarsi nello spazio compreso tra le due particelle, come un filo invisibile teso da un punto all’altro, ma appartiene alla struttura complessiva del sistema e si manifesta nei risultati delle misurazioni. L’invisibile, qui, non è una sostanza segreta nascosta dietro la materia; è una relazione reale, verificabile nei suoi effetti, che non possiede una posizione nello stesso modo in cui la possiede un oggetto.

Questo non cancella la distanza dal mondo quotidiano: i corpi continuano a occupare luoghi diversi, i segnali richiedono tempo e i sistemi complessi, interagendo continuamente con l’ambiente, perdono rapidamente le delicate correlazioni quantistiche attraverso la decoerenza. La non-località non trasforma quindi l’esperienza ordinaria in un’illusione, ma rivela che essa non esaurisce tutti i modi in cui il reale può essere organizzato.

Siamo abituati a immaginare prima le cose e poi i loro legami: due punti separati, ai quali viene aggiunta una linea. L’entanglement suggerisce almeno la possibilità dell’ordine inverso, nel quale la struttura comune viene prima e le proprietà distinte delle parti emergono soltanto quando il sistema viene interrogato.

La relazione non viene necessariamente dopo gli oggetti.

Può appartenere alla realtà prima che questa venga divisa.

La soglia dell’interpretazione

È su questa soglia, e non sul terreno di una presunta dimostrazione, che l’entanglement può essere accostato alla sincronicità di Carl Gustav Jung. Nel dialogo con il fisico Wolfgang Pauli, Jung cercò di pensare connessioni significative che non fossero riconducibili a una normale catena di cause ed effetti, immaginando che psiche e materia potessero essere espressioni differenti di un ordine più profondo.

L’entanglement non dimostra la sincronicità, non spiega le coincidenze significative e non offre una teoria quantistica dei legami umani; confondere questi piani significherebbe attribuire alla fisica conclusioni che non possiede. La vicinanza tra le due idee si trova altrove: entrambe incrinano l’abitudine di cercare ogni relazione dentro un segnale che parte da un punto, attraversa uno spazio e raggiunge una destinazione.

Una appartiene alla fisica sperimentale, l’altra alla psicologia e alla filosofia. Non sono equivalenti, ma si affacciano sulla stessa domanda: la relazione è sempre qualcosa che si aggiunge tra realtà già separate, oppure può appartenere alla struttura da cui quelle realtà emergono?

La non-località non rivela che lo spazio sia falso e non dimostra che tutto sia misteriosamente connesso. Rivela qualcosa di più preciso e, proprio per questo, più radicale: ciò che occupa luoghi diversi non è sempre descrivibile come una somma di realtà pienamente indipendenti.

La distanza rimane reale.

Semplicemente, non contiene tutta la realtà.

Quante connessioni restano invisibili non perché siano inesistenti, ma perché continuiamo a cercarle nello spazio tra le cose anziché nella struttura che le comprende?

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L’Osservatore e il Limite della Misura