L'Inganno della Percezione

Nessuno abita la realtà nuda. Crediamo di muoverci in un mondo oggettivo, fatto di cose che stanno lì indipendentemente da noi; e invece tutto ciò che ci raggiunge è già stato lavorato prima di arrivare alla coscienza. La mente non è una finestra che lascia entrare il mondo così com'è. È più vicina a un cartografo che, ricevuti pochi segnali incerti, disegna in fretta una mappa e poi dimentica di averla disegnata, fino a scambiarla per il territorio stesso. Ciò che chiamiamo "vedere le cose come stanno" è soltanto l'ultimo gradino di un lavoro silenzioso e ininterrotto; il primo gradino, quello in cui la mappa viene tracciata, non lo vediamo quasi mai.

Non è un difetto da correggere: è la condizione stessa della percezione. L'occhio non riceve immagini già pronte, ma frammenti di luce che il cervello assembla, completa e interpreta. Lo stesso accade, a un livello più profondo, con tutto ciò che viviamo. Non esistono fatti che entrano puri: esistono fatti già letti, già colorati, già collocati dentro una storia che li precede. E quella storia, il più delle volte, non l'abbiamo scelta.

Le lenti che non sappiamo di portare

A disegnare quella mappa non è una ragione neutra, ma una mano carica. La psicologia del profondo ha dato un nome a ciò che la guida: complessi. Non difetti dell'occhio né errori di calcolo, ma nuclei psichici dotati di un'energia propria e quasi di una volontà autonoma — un torto antico, una paura mai sciolta, un copione familiare assorbito prima ancora di poterlo giudicare. Ognuno agisce come una lente che non si limita a guardare: piega la luce, decide cosa risalta e cosa scompare, tinge il mondo del proprio colore prima che lo si percepisca.

Il punto difficile è che queste lenti sono invisibili a chi le porta. Nessuno si sveglia pensando "oggi guarderò il mondo attraverso la mia ferita". Si guarda, semplicemente, e il mondo appare. Chi porta dentro la convinzione profonda di vivere in un luogo ostile non sta sbagliando i conti né mentendo a se stesso: sta guardando attraverso una lente che, di tutto il visibile, gli lascia vedere solo ciò che conferma l'ostilità. Un gesto ambiguo diventa un affronto, un silenzio una condanna, una coincidenza una trama. Il resto — la gentilezza, la neutralità, il caso — non viene negato: semplicemente non passa il filtro, e quindi, per quella persona, non esiste.

La proiezione e l'Ombra

È il lato più scomodo del Mentalismo, il principio di questa settimana. Se la realtà che viviamo è in larga parte una costruzione della mente, allora i confini del nostro mondo coincidono con i confini delle nostre lenti — e una parte di ciò che attribuiamo agli altri è, in verità, materia nostra che ci viene rispedita indietro. La psicologia la chiama proiezione: ciò che non si riconosce dentro di sé viene espulso e poi ritrovato, con indignazione, sul volto del prossimo.

Le tradizioni avevano un nome anche per l'insieme di ciò che esiliamo da noi e rifiutiamo di riconoscere come nostro: l'Ombra. Non è semplicemente "il male" che ci portiamo dentro; è tutto ciò che, per ragioni di sopravvivenza o di educazione, abbiamo deciso di non essere — la rabbia in chi si vuole sempre mite, la debolezza in chi si vuole sempre forte, il desiderio in chi si vuole irreprensibile. Ciò che viene esiliato non scompare: aspetta, e si fa rivedere fuori. È esattamente la propria Ombra che si scorge addosso agli altri nei momenti in cui li si giudica con più durezza, con quella violenza sproporzionata che tradisce sempre una questione personale travestita da questione di principio.

Il ritiro delle proiezioni

Da qui nasce la tentazione più ovvia, e la più inutile: dichiarare guerra alle proprie lenti. Ma sradicare un pregiudizio a forza di volontà non lo dissolve; lo spinge sottoterra, dove continua ad agire indisturbato — anzi più insidioso, perché ora ci si crede liberi mentre si è ancora condotti. Il lavoro è di natura opposta, e più esigente.

Non si tratta di distruggere la lente, ma di sorprenderla mentre deforma. Accorgersi dell'istante preciso in cui una scena qualunque si carica, dentro di noi, di una storia che non le appartiene. Riconoscere il momento in cui la stessa ferita, sotto travestimenti sempre nuovi e con attori sempre diversi, torna a mettere in scena lo stesso identico dramma. Quando ci si avvede che il copione si ripete — che è cambiato il teatro, ma non la trama — si è trovato un nodo. Scioglierlo è ciò che si chiama ritirare una proiezione, e non è un esercizio indolore: significa riprendersi sulle spalle ciò che era molto più comodo lasciare addosso al mondo, e ammettere di essere, almeno in parte, l'autore della storia di cui ci si credeva soltanto vittime. È il passaggio più difficile, perché toglie l'unico vero conforto del dolore: la certezza che la colpa sia altrove.

La trasmutazione

Eppure è un atto che chiede molto e restituisce di più. Nel momento in cui una lente viene finalmente vista per quello che è, l'energia che teneva imprigionata — quella che alimentava la reazione automatica, la rabbia pronta a scattare, la paura puntuale — si scioglie e torna disponibile. È ciò che gli alchimisti chiamavano trasmutazione: non mutare il mondo, ma la sostanza con cui lo si guarda. Il piombo non diventa oro cambiando il piombo; diventa oro chi impara a guardarlo.

I fatti esterni, dopo, restano identici: le stesse persone, le stesse circostanze, lo stesso schermo. A cambiare è il colore della lente, e con esso ciò che diventa visibile. Si aprono regioni dell'esperienza che parevano sbarrate, o pericolose, e che lo erano soltanto perché una vecchia mappa le teneva fuori dai propri confini. Non si è guadagnato un mondo nuovo: si è smesso di non vedere quello che c'era già.

La mappa è nostra

È una verità scomoda, perché toglie un alibi. Finché il nemico è interamente fuori, non resta che difendersi e aspettare che sia il mondo a cambiare. Ma se una parte di quel nemico è una linea che abbiamo tracciato noi sulla nostra mappa, allora cambia tutto: quella linea si può cancellare, e il territorio ridisegnare. La mappa non l'ha consegnata nessun altro; l'abbiamo tracciata noi, ed è l'unica ragione per cui possiamo ancora correggerla. Resta da chiedersi quale linea, sulla propria, si continui a difendere con più forza — credendola il confine del mondo, mentre è soltanto il bordo di ciò che ci si è permessi di vedere.






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