I Poli del Desiderio
Attrazione, rifiuto e compatibilità nell’età delle piattaforme
Ogni piattaforma costruisce attorno a noi uno spazio di prossimità.
Un brano ascoltato fino alla fine, un prodotto osservato due volte, un volto su cui lo sguardo si ferma, una strada cercata sulla mappa, un profilo aperto senza scrivere nulla, una notizia respinta eppure letta fino all’ultima riga: ogni gesto sposta leggermente la nostra posizione.
Presi singolarmente, questi movimenti sembrano poca cosa. Una curiosità, una distrazione, un’abitudine, un fastidio. Nel loro ripetersi, però, producono distanze. Avvicinano alcune cose, ne allontanano altre, disegnano una zona di compatibilità attorno al soggetto.
La piattaforma non deve conoscere la vita interiore di una persona. Le basta stimare ciò che può esserle avvicinato.
Una canzone vicina a un’altra canzone.
Un volto vicino ad altri volti.
Una notizia vicina a un tema già attraversato.
Un oggetto vicino a un desiderio ancora senza nome.
Una posizione vicina a un rifiuto che continua a produrre attenzione.
Il mondo, così, smette di presentarsi come una distesa neutra. Viene disposto per affinità, somiglianza, attrito, probabilità di ritorno.
Ciò che appare davanti agli occhi arriva perché è stato collocato abbastanza vicino.
La distanza calcolabile
Una volta, la distanza tra noi e le cose apparteneva soprattutto allo spazio, al tempo, alla memoria, al caso.
Si incontrava un libro perché era sullo scaffale giusto. Una persona perché attraversava la stessa stanza. Una canzone perché qualcuno la metteva in macchina. Un’idea perché arrivava da una conversazione, da una rivista, da una notte insonne, da un errore di percorso.
Oggi molta parte dell’incontro passa attraverso sistemi che ordinano la probabilità del contatto.
Il suggerimento di un film, la playlist generata, il prodotto consigliato, il profilo compatibile, l’annuncio che ritorna, il percorso proposto, il contenuto simile: ogni cosa viene collocata dentro uno spazio invisibile dove vicinanza e lontananza non dipendono soltanto dalla geografia.
Dipendono da correlazioni, comportamenti ripetuti, somiglianze statistiche, tracce lasciate da altri soggetti considerati prossimi.
La distanza diventa una grandezza lavorabile.
Conta dove siamo, ma anche a cosa somigliamo. Conta ciò che abbiamo sfiorato, ciò che abbiamo evitato, ciò che abbiamo lasciato aperto troppo a lungo, ciò che abbiamo abbandonato troppo in fretta.
Il presente tecnico non consegna semplicemente contenuti.
Riordina la distanza tra noi e il mondo.
Ciò che respingiamo resta nel campo
Il desiderio non è l’unica forza che orienta.
Anche il rifiuto produce coordinate.
Un volto detestato può tornare più spesso di uno amato. Una notizia irritante può trattenere più di una notizia gradita. Un’idea respinta può essere sorvegliata con più fedeltà di un’idea condivisa. La distanza dichiarata, quando genera ritorno, entra comunque nel campo.
Ciò che allontaniamo con forza può restare vicino proprio attraverso quel gesto di allontanamento.
Le piattaforme non devono trasformare l’ostilità in approvazione. Possono limitarsi a riconoscere che l’ostilità muove, trattiene, riporta. Una cosa guardata per fastidio resta una cosa guardata. Una cosa commentata per opposizione resta una cosa commentata. Una cosa sorvegliata per paura continua a occupare una posizione centrale.
Il contrario smette di stare fuori dal percorso.
Diventa uno dei punti che lo orientano.
Molte traiettorie contemporanee nascono da questa ambiguità: andare verso ciò che attrae, tornare attorno a ciò che respinge, oscillare tra desiderio e controllo, curiosità e difesa, seduzione e sospetto.
La piattaforma legge soprattutto la curva.
L’incontro preparato
La compatibilità non appare quasi mai come un principio dichiarato. Lavora più in basso, nella forma degli incontri che ci vengono resi disponibili.
Un contenuto arriva perché assomiglia abbastanza a qualcosa che abbiamo già attraversato. Un oggetto compare nella regione di un desiderio appena accennato. Una musica sconosciuta conserva una parentela segreta con ascolti precedenti. Un volto nuovo sembra già appartenere a una famiglia di volti su cui lo sguardo si è fermato altre volte.
Il meccanismo non cerca soltanto ciò che è identico. L’identico stanca. Cerca una distanza più precisa: abbastanza vicina da non interrompere il movimento, abbastanza diversa da sembrare scoperta.
Così l’imprevisto viene ammorbidito prima di raggiungerci.
Resta nuovo, ma non troppo. Resta altro, ma non abbastanza da spezzare la continuità. Entra nel campo come una variazione accettabile di qualcosa che il sistema ha già imparato a considerare prossimo.
Questa preparazione rende l’esperienza più fluida. Riduce l’attrito, abbrevia la ricerca, accorcia la strada tra possibilità e gesto. Ma nel farlo modifica anche la qualità dell’incontro: ciò che è lontano deve spesso somigliare a qualcosa di vicino per ottenere il diritto di apparire.
Il desiderio non viene creato dal nulla.
Viene accompagnato verso forme che ha già mostrato di poter riconoscere.
Il nord da riconoscere
Una persona contemporanea lascia dietro di sé una scia di orientamenti.
Percorsi ripetuti, immagini evitate, temi che ritornano, nomi cercati in silenzio, prodotti osservati senza acquisto, canzoni interrotte, profili sfiorati e mai contattati. Da questi frammenti non nasce un’anima leggibile. Nasce una bussola operativa: una figura abbastanza precisa da suggerire che cosa potrà essere avvicinato, quale distanza potrà accorciarsi, quale contrario continuerà a richiamare attenzione.
Il mondo proposto a ciascuno comincia così a inclinarsi secondo la forma dei movimenti precedenti.
La scelta non scompare. Arriva però dentro uno spazio già disposto, dove alcune direzioni sono rese più vicine, più morbide, più ripetibili. Ogni proposta sembra naturale perché assomiglia a qualcosa che abbiamo già sfiorato. Ogni novità appare libera perché conserva una parentela invisibile con una traccia passata.
Qui la questione non riguarda soltanto ciò che desideriamo.
Riguarda il nord che i nostri gesti stanno indicando.
Ciò che guardiamo per amore e ciò che sorvegliamo per rifiuto, ciò che cerchiamo e ciò che non riusciamo a lasciare fuori, ciò che ci attrae e ciò che ci irrita: tutto può diventare orientamento. Anche una repulsione, ripetuta abbastanza a lungo, finisce per segnare una direzione.
Forse il compito più difficile non è sottrarsi a ogni misura. Sarebbe impossibile, e forse persino inutile. Più urgente è riconoscere la differenza tra una direzione dedotta e una direzione scelta.
Il nord non coincide con ciò che trattiene più a lungo lo sguardo.
Non coincide con ciò che ritorna più spesso.
Non coincide nemmeno con ciò che respingiamo con maggiore forza.
Il nord è ciò che permette di attraversare attrazione e rifiuto senza lasciare che siano loro, da soli, a disegnare il cammino.
In un mondo che non ordina apertamente dove andare, ma impara ogni giorno come rendere più vicina una direzione, riconoscere il proprio nord diventa un gesto concreto.
Significa accorgersi, prima che il paesaggio si disponga del tutto, di quale parte di noi sta già indicando la strada.
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