L’Anfesibena

Il sangue sulla sabbia

Nel deserto di Lucano il veleno non arriva da fuori. È già nella terra.

Perseo attraversa il cielo della Libia portando con sé la testa recisa di Medusa. Dalla ferita cadono gocce di sangue; la sabbia le assorbe e comincia a generare creature. Ne emergono aspidi, cerasti, basilischi e serpenti capaci di uccidere prima che il dolore annunci il morso. Ognuno è una forma diversa dello stesso veleno, penetrato nel terreno e tornato alla luce con scaglie, denti e movimento.

Tra loro striscia l’anfesibena, con una testa sollevata a ciascuna estremità del corpo.

La sabbia non conserva a lungo ciò che la attraversa. Il vento riempie le impronte, lima il profilo delle dune e restituisce al paesaggio la propria indifferenza. Il cammino appena percorso torna lentamente a somigliare a quello ancora da compiere. Quando scompaiono le tracce e il sole riduce ogni ombra, il deserto non offre un davanti e un dietro. Offre soltanto spazio.

L’anfesibena appartiene a questa incertezza.

Plinio il Vecchio la descrive come un serpente dotato di una seconda testa all’estremità della coda, quasi che una sola bocca non fosse sufficiente a riversare tutto il suo veleno. La stranezza non consiste soltanto nel raddoppio. Nei mostri a due teste, entrambe possono crescere dallo stesso collo e contendere il medesimo orizzonte. Nell’anfesibena la seconda compare dove il corpo dovrebbe esaurirsi.

La coda alza il capo.

Dove ci si aspetterebbero le ultime vertebre e il trascinarsi delle scaglie compaiono occhi, denti e una lingua che assaggia l’aria. Chi tenta di aggirare l’animale non raggiunge mai davvero le sue spalle: incontra soltanto un altro volto. Non esiste una parte cieca dalla quale avvicinarsi, né un’estremità che abbia già smesso di sorvegliare.

Una bestia fatta di due inizi e nessuna fine.

Il serpente dei due orizzonti

Il nome dell’anfesibena richiama il procedere in entrambi i sensi. Quando l’animale avanza verso una delle proprie estremità, quella testa guida e l’altra segue. Se il movimento si inverte, il corpo non deve ripiegarsi né cercare lo spazio per voltarsi. Ciò che veniva trascinato comincia a condurre.

La testa rimasta indietro non diventa davvero una coda. Continua a vedere, conserva la bocca e il veleno. Mentre una parte del corpo affronta il terreno che viene, l’altra rimane rivolta verso quello appena attraversato.

Una bocca si apre sul cammino futuro. L’altra sorveglia la strada lasciata.

Nel deserto questa anatomia sembra quasi necessaria. Là dove il vento cancella le tracce, la direzione abbandonata può tornare a essere l’unica via di salvezza. Un orizzonte seguito per ore può rivelarsi identico a quello dal quale si cercava di fuggire. Il ritorno assume la stessa forma dell’avanzata: basta che l’altra testa prenda il movimento su di sé.

L’anfesibena attraversa la distesa senza consegnarsi interamente a un solo orizzonte. Mentre una testa precede, l’altra continua a guardare altrove. Il luogo dal quale si allontana conserva occhi e denti.

Questa facoltà la rende difficile da sorprendere. Un arretramento può diventare un assalto; ciò che sembrava fuggire può aprire improvvisamente la bocca e avanzare. Ma la seconda testa non è soltanto una difesa. È una presenza che il corpo porta con sé ovunque vada.

Ogni partenza divide il paesaggio in due. Davanti si apre il luogo verso cui si procede; dietro rimane quello al quale il corpo ha voltato le spalle. Nel viandante, però, questa separazione non è mai altrettanto netta. Si può avanzare con decisione e continuare a portare dentro di sé il luogo abbandonato, la lingua appresa prima del viaggio, i gesti formati quando la strada conduceva ancora altrove.

L’anfesibena presta un corpo a questa condizione. Una testa affronta il cammino scelto; l’altra conserva lo sguardo su quello lasciato. Non impedisce il movimento, ma rende impossibile una partenza assoluta. Ciò che resta indietro non diventa una coda muta.

Non è necessario desiderare il ritorno. A volte tornare sarebbe impossibile, altre volte significherebbe soltanto cercare un luogo che nel frattempo ha cambiato forma.

L’anfesibena può cambiare strada. Non può rendere silenziosa quella precedente.

Due bocche nel cerchio

Quando la creatura entrò nei bestiari medievali, gli illustratori dovettero affrontare un problema che le parole potevano nascondere: come mostrare nello stesso istante due estremità entrambe capaci di guidare?

In alcune miniature il corpo venne curvato fino a formare un anello. Altrove il serpente acquistò zampe, ali e lineamenti da drago, ma conservò le due teste rivolte l’una verso l’altra. Distesa in linea, la creatura avrebbe comunque suggerito un orientamento principale. L’occhio avrebbe scelto un capo e trattato l’altro come un’anomalia cresciuta sopra la coda. Nel cerchio, invece, ogni estremità conduceva inevitabilmente all’altra.

La figura ricorda l’uroboro, il serpente che si morde la coda. Anche lì il corpo si curva fino a raggiungere il punto dal quale sembra essere cominciato. Ma l’uroboro trova una coda.

L’anfesibena trova un’altra bocca.

Alla fine della curva non compare una parte muta da inghiottire, ma un secondo volto. Gli occhi dell’una incontrano quelli dell’altra; i denti si chiudono davanti a denti uguali. Nessuna può ridurre l’altra alla conclusione del proprio percorso.

Se una morde, il veleno non entra in un corpo avversario. Penetra nella stessa carne che la tiene in vita.

La distanza che separa le due teste coincide con il corpo che condividono.

Il cerchio non scioglie questa condizione. La espone. Le bocche possono toccarsi o affrontarsi, ma restano aperte su direzioni contrarie. Nessuna possiede una carne separata nella quale inseguire da sola il proprio orizzonte. Qualunque delle due guidi, entrambe attraversano la medesima sabbia.

Sotto la sabbia

Il nome dell’antica creatura è sopravvissuto nella zoologia. Gli anfisbeni sono rettili scavatori, spesso chiamati lucertole verme: animali dal corpo allungato e segnato da anelli, con occhi ridotti e crani robusti, adatti ad aprire cunicoli nel terreno.

Non possiedono due teste. La coda corta e smussata può però assomigliare, soprattutto a uno sguardo rapido, all’estremità anteriore. Dentro passaggi poco più larghi del loro corpo, questi animali riescono inoltre a muoversi in avanti e all’indietro senza avere lo spazio necessario per voltarsi.

Non sappiamo se la creatura del mito sia nata davvero da un incontro simile. Le immagini antiche raccolgono osservazioni, paure e racconti troppo diversi perché sia possibile ricondurle a una sola origine. La scena, tuttavia, è facile da immaginare.

Una pietra viene sollevata. Sotto di essa si agita un corpo pallido, quasi uniforme, segnato da scaglie disposte in cerchi. Il rettile cerca il terreno morbido e scompare in una fessura. Poco dopo incontra un ostacolo. Non si gira: comincia semplicemente a tornare indietro.

Ciò che un istante prima veniva trascinato avanza per primo.

Per un momento l’occhio perde il capo.

Il racconto si apre dentro quell’incertezza. Aggiunge due palpebre alla coda, vi incide una bocca e le concede lo stesso veleno dell’estremità opposta. Un movimento difficile da seguire diventa l’anatomia di una creatura impossibile da sorprendere.

Il rettile reale torna sotto terra. Il mostro rimane sulla sabbia.

Da allora l’anfesibena sorveglia due orizzonti. Una testa guarda il luogo verso cui il corpo procede; l’altra continua a vedere quello dal quale si è allontanato. Non può essere colta alle spalle, ma non può nemmeno liberarsi del cammino lasciato.

Quando il vento cancella le tracce, la creatura continua ad avanzare.

Davanti a una bocca si stende il deserto. Dietro l’altra, ancora il deserto.

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La Sirena